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Giornale di Brescia (Lunedì 7 Marzo 2005)

 

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Pag. 17    

 


Gremita la chiesa di San Giovanni per le Confraternite sarde con Fresu e Dhafer Youssef
Tre magnifiche letture del Miserere

 

 

 


Paolo Fresu

 

  

 


Rosario Rampulla


 

La penombra della chiesa di San Giovanni Evangelista «violata» da voci che dal 1700 tramandano il verbo di una musica la cui sacralità trascende il significato delle parole. È incominciato così, con un accorato Miserere interpretato dalle confraternite polivocali sarde Cuncordu e Tenore de Orosei, Su Cuncordu e su Rosariu di Santulussurgiu e Cuncordu di Castelsardo, Memorie e suoni del sacro, il progetto con cui il trombettista Paolo Fresu ha inaugurato l’edizione 2005 di Crucifixus Festival di Primavera, per l’occasione «incrociato» con la rassegna Musiche dal Mondo. Si è trattato di una esibizione maiuscola, sinceramente capace di aggiungere all’aspetto musicale il plusvalore di una spiritualità cercata ma non ostentata, trasmessa grazie al ricorso a musiche ora sognanti ora mistiche: un equilibrio derivato da un complesso assemblaggio che ha visto Fresu dare coerenza alla fusione tra Monteverdi e le improvvisazioni, passando per brani dello stesso trombettista fino ai canti tradizionali. Un polittico musicale cromaticamente fantasioso, con una coerenza di fondo tangibile pur in presenza di elementi così variegati. Come detto, l’inizio del concerto ha visto, sulle note di uno dei capisaldi della tradizione fideistico-canora della cristianità, i tre gruppi sardi avventurarsi nelle rispettive trascrizioni del Miserere, tre interpretazioni in cui la fede universale viene piegata come materia inerte dalle voci. Il grande merito dei musicisti è stato interpretare senza strafare un programma in cui l’emozionalità è sembrata sciogliersi direttamente dai fogli pentagrammati. Il tranquillo pianismo di Diederik Wissels, unito alla sintesi armonica perfetta dell’Alborada Quartet, hanno spruzzato le esecuzioni di classicismo non formale, passando da Satie alla commovente Fratres di Arvo Part. Su queste geometrie l’oud e la voce di Dhafer Youssef si sono incastonate come gemme purissime, dove i sovracuto che la tecnica sufi consente alla voce di Youssef sono sembrati varcare i confini delle navate, per giungere a quelle altezze dove il corpo non è più prigione dello spirito. La tromba di Paolo Fresu, improvvisando con l’oud o cesellando le armonie di Requiem (brano scritto a commento sonoro del film dedicato a Ilaria Alpi), ha centellinato i suoi interventi senza che questo sminuisse la sua sempre ineguagliabile capacità di trasformarsi in puro suono. Le tre confraternite, così vicine geograficamente e così straordinariamente arroccate su stili con personalità ben distinte, hanno goduto di momenti propri, estraendo dallo scrigno di un repertorio difeso quasi fossero Cavalieri Templari a custodia di un Graal musicale, splendide esecuzioni dello Stabat Mater e del Magnificat. Straordinaria poi l’emotività della cantante Elena Ledda, con una traduzione sarda dell’Ave Maria da far tremare polsi. Difficile tradurre il caleidoscopio di emozioni che il concerto ha suscitato, riscaldando il numerosissimo pubblico che ha affollato la chiesa di San Giovanni, gelidissima l’altra sera. Un pubblico che ha ascoltato in assoluto silenzio, e che ha potuto quasi sentire il lambire delle acque di un Mediterraneo tornato Mare Nostrum e sulle cui sponde si sono adagiate le tensioni spirituali e mistiche dei fedeli di ogni tempo.

 

 

 

 

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