|
|
|

Paolo Fresu |
|
|
Rosario Rampulla
La penombra della chiesa di San Giovanni Evangelista
«violata» da voci che dal 1700 tramandano il verbo di
una musica la cui sacralità trascende il significato
delle parole. È incominciato così, con un accorato
Miserere interpretato dalle confraternite polivocali
sarde Cuncordu e Tenore de Orosei, Su Cuncordu e su
Rosariu di Santulussurgiu e Cuncordu di Castelsardo,
Memorie e suoni del sacro, il progetto con cui il
trombettista Paolo Fresu ha inaugurato l’edizione 2005
di Crucifixus Festival di Primavera, per l’occasione
«incrociato» con la rassegna Musiche dal Mondo. Si è
trattato di una esibizione maiuscola, sinceramente
capace di aggiungere all’aspetto musicale il plusvalore
di una spiritualità cercata ma non ostentata, trasmessa
grazie al ricorso a musiche ora sognanti ora mistiche:
un equilibrio derivato da un complesso assemblaggio che
ha visto Fresu dare coerenza alla fusione tra Monteverdi
e le improvvisazioni, passando per brani dello stesso
trombettista fino ai canti tradizionali. Un polittico
musicale cromaticamente fantasioso, con una coerenza di
fondo tangibile pur in presenza di elementi così
variegati. Come detto, l’inizio del concerto ha visto,
sulle note di uno dei capisaldi della tradizione
fideistico-canora della cristianità, i tre gruppi sardi
avventurarsi nelle rispettive trascrizioni del Miserere,
tre interpretazioni in cui la fede universale viene
piegata come materia inerte dalle voci. Il grande merito
dei musicisti è stato interpretare senza strafare un
programma in cui l’emozionalità è sembrata sciogliersi
direttamente dai fogli pentagrammati. Il tranquillo
pianismo di Diederik Wissels, unito alla sintesi
armonica perfetta dell’Alborada Quartet, hanno spruzzato
le esecuzioni di classicismo non formale, passando da
Satie alla commovente Fratres di Arvo Part. Su queste
geometrie l’oud e la voce di Dhafer Youssef si sono
incastonate come gemme purissime, dove i sovracuto che
la tecnica sufi consente alla voce di Youssef sono
sembrati varcare i confini delle navate, per giungere a
quelle altezze dove il corpo non è più prigione dello
spirito. La tromba di Paolo Fresu, improvvisando con l’oud
o cesellando le armonie di Requiem (brano scritto a
commento sonoro del film dedicato a Ilaria Alpi), ha
centellinato i suoi interventi senza che questo
sminuisse la sua sempre ineguagliabile capacità di
trasformarsi in puro suono. Le tre confraternite, così
vicine geograficamente e così straordinariamente
arroccate su stili con personalità ben distinte, hanno
goduto di momenti propri, estraendo dallo scrigno di un
repertorio difeso quasi fossero Cavalieri Templari a
custodia di un Graal musicale, splendide esecuzioni
dello Stabat Mater e del Magnificat. Straordinaria poi
l’emotività della cantante Elena Ledda, con una
traduzione sarda dell’Ave Maria da far tremare polsi.
Difficile tradurre il caleidoscopio di emozioni che il
concerto ha suscitato, riscaldando il numerosissimo
pubblico che ha affollato la chiesa di San Giovanni,
gelidissima l’altra sera. Un pubblico che ha ascoltato
in assoluto silenzio, e che ha potuto quasi sentire il
lambire delle acque di un Mediterraneo tornato Mare
Nostrum e sulle cui sponde si sono adagiate le tensioni
spirituali e mistiche dei fedeli di ogni tempo.
|
|